Questo è bello, questo è brutto. Mi piace grassa, a me piace magra. Non è bello ciò che è bello ma ciupa. Et cetera. Frasi comuni, nella vita di uomini e donne comuni, come lo siamo tutti, in un modo o nell’altro. Individui affamati di raffinatezza. E allora arte, mostre, concerti, libri e vinili, abiti firmati e macchine, moto. Tutto figo, ricercato, particolare. Insomma, bello. Un noiosissimo bello, per chi raffinato lo vuole essere davvero, senza italic ed erre moscia.

E così, un collaboratore mi fa imbestialire, facendomi notare ogni volta che ho mancato in qualcosa e che è lui (manco a dirlo) ad aver fatto sempre la mossa migliore. Il suo è un feedback che non porta mai ad un “Bravo, cazzo!”. E quindi, sul cazzo, a me ci sta lui. Il quale mi sta mostrando che, se voglio essere soddisfatto del mio lavoro, è dentro di me che risuona o meno quella soddisfazione. Come un vero Maestro mi insegna che, se per l’assenza di un complimento, di una pacca sul cuore, io non mi sento valorizzato, questo indica che sto cercando fuori ciò che mi manca dentro.

La bellezza del nascosto è la vera bellezza del futuro. La quale non ha proprio nulla contro la bellezza evidente, solo la raggiunge per mostrare ai nostri occhi quanto ancora, di bello, non hanno osato vedere. Ogni fastidio, ogni cacofonia ed ogni linea antiestetica di grasso, così come ogni azione banale e poco appariscente, nascondono una bellezza dirompente. Ma solo se non ci sforziamo di incanalarla nei soliti schemi triti e ritriti. Solo nel momento in cui usciamo dal perbenismo, dal politically correct, potremo accedere a questo nuovo livello. Perché se non mi permetto di essere pieno di difetti in quanto essere umano, di tante piccole manie e preferenze derivanti da non so quale episodio (e non lo voglio neanche sapere) del mio passato remoto, io non mi concedo la possibilità di mostrarmi e di conoscermi. Da questa situazione di incontro sincero, senza maschere, con me stesso, posso agire trasformazioni rivoluzionarie. Posso iniziare a fare il mio pezzettino di lavoro per fondare un uomo nuovo, che si caga addosso come tutti gli altri davanti alle sue piccolezze, ma che non indietreggia. Che suda freddo, ma che resta lì e riconosce, osserva.

Davvero, se una qualsiasi cosa o persona è indigesta al nostro ego, chiediamoci quale bellezza ci sta mostrando che acceca i nostri occhi ancora impreparati, ancora avvinti alla paura di vedere che quella repulsione sta dentro di noi, non là fuori. E che è frutto di una rigidità mentale, di una chimica emotiva nostra. Cosa potete fare di pratico per sperimentare se quello che sto scrivendo ha un senso? Potete provare a dire questo ad alta voce (per i più diffidenti va bene anche nella privacy della mente): d’ora in poi sarò sincera (o sincero) nel dire quel che mi piace e quel che non mi piace. Ma non crederò mai, nemmeno per un secondo, che il brutto che vedo ora non sia in grado di accendere in me un altro pezzo di questa onnipresente bellezza, come acqua che riempie il bicchiere.

“Goglio, mi sono un po’ rotto il cazzo, hai capito? Cioè di tutta sta roba della bellezza, dell’arte, della cultura… mi sono un po’ rotto il cazzo.”

Questa è la frase di un amico che, di arte e di cultura, se ne intende. Lui mi prende in giro e fa bene. Ma io l’articolo lo dedico a lui, alla bellezza dei gesti apparentemente banali, superflui, dissacranti… e benedettamente meravigliosi.

 

Un bell’abbraccio

Matteo